Newsletter 2012 Prospect > Maggio 2012 > Da Spoleto a Norcia, attraverso la Valnerina e i Monti Sibillini

Da Spoleto a Norcia, attraverso la Valnerina e i Monti Sibillini

Itinerario realizzato in collaborazione con Touring Editore

Spoleto e i Monti Sibillini

Questo mese ti proponiamo un itinerario automobilistico attraverso le bellezze paesaggistiche di Umbria e Marche, che in primavera inoltrata possono regalare panorami davvero mozzafiato. La nostra proposta ha una prima tappa a Spoleto, città che richiede meditata sosta per svariati motivi culturali e adeguata predisposizione alla non comune vocazione gastronomica del suo territorio.

Il viaggio continua verso la boscosa Valnerina, cui s'accede dal basso, da Ferentillo, pittoresco borgo diviso in due contrade dal fiume, oppure per via breve tramite la spettacolare strada del passo di Cerro, altrimenti detta Statale 395. L'itinerario prevede quindi la risalita verso le sorgenti del fiume Nera, nel cuore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Varcato il confine con le Marche si fa tappa a Visso, pittoresco borgo castellano, da dove parte la strada che sale a Castelsantangelo (m 780) e poi si inerpica verso il passo di Gualdo (m 1496). Oltre il valico si scende nuovamente in territorio umbro verso il Piano Grande di Castelluccio, luogo celebre per le sue fioriture e la produzione di lenticchie. Proseguendo in tortuosa discesa si raggiunge, infine, Norcia, cittadina straordinaria sia per atmosfera che per produzioni tipiche: salumi, tartufi, formaggi.


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Spoleto"Sono stato sull'acquedotto, che nel tempo stesso è ponte fra una montagna e l'altra. Le dieci arcate che sovrastano tutta la valle, costruite di mattoni, resistono sicure attraverso i secoli mentre l'acqua scorre perenne".

Così Goethe, nel suo "Viaggio in Italia", descriveva un magnifico scorcio della città che, come suggerisce il poeta, va conosciuta dall'alto. Sui declivi del Monteluco, Spoleto domina la valle del Clitunno dall'imponente rocca Albornoziana e dal Ponte delle Torri, che con i suoi 76 metri di altezza aveva tanto impressionato il genio tedesco. Con la sua posizione favorevole ha acceso nei secoli l'ambizione dei popoli che l'avrebbero poi dominata: gli Umbri, i Romani e i Longobardi, fino a Napoleone che le conferì persino gli onori di capoluogo prima di passare il testimone a Perugia.

Non si contano i palazzi medievali, le torri fortificate, le botteghe artigiane dei maestri del ferro e del cuoio. I rosoni della cattedrale nella piazza del Duomo sono enormi occhi che incantano e le cappelle celano capolavori del Pinturicchio e del Lippi. Spoleto è vivissima, soprattutto nelle fresche estati umbre, quando si rinnova l'appuntamento con il Festival dei Due Mondi. Artisti della danza, del teatro, delle arti visive presentano le novità della scena contemporanea e animano le piazze e i teatri cittadini. Da non perdere gli eventi ospitati dall'antico Teatro Romano, uno spettacolo nello spettacolo.

Da non perdere a Spoleto:

  • San Pietro - Monumento fondamentale del romanico umbro, la chiesa fu eretta al principio del V secolo (su una villa antica e una necropoli) dal vescovo Achilleo, che vi trasportò da Roma una reliquia delle catene di san Pietro; riedificata tra XII e XIII secolo, venne ripresa dopo un incendio nel 1393 e ancora nel 1699.
    La facciata appartiene alla ricostruzione di età romanica e i rilievi che la decorano, del secolo XII, costituiscono nel loro insieme il capolavoro della scultura romanica in Umbria. È divisa orizzontalmente in tre zone: quella superiore, manomessa in varie epoche, è sormontata da un timpano con la statua di S. Pietro e reca al centro uno specchio destinato forse ad accogliere un mosaico, fiancheggiato da riquadri con rilievi di santi. La parte mediana è ornata da tre oculi, di cui il centrale circondato dai simboli degli Evangelisti e inquadrato in una decorazione cosmatesca. Nella zona inferiore si aprono tre portali fiancheggiati da animali; i portali laterali, le cui lunette si impostano sopra aquile, sono sormontati da rilievi. Il portale maggiore è sormontato da una lunetta a ferro di cavallo, fiancheggiata da due aquile e da decorazioni cosmatesche. Gli stipiti e l'architrave sono ornati da un unico meandro a volute classicheggianti, ricche di movimento e di rilievo.
    Ai due lati degli stipiti, rispettivamente quattro ordini di archetti decorativi su colonnine, con sfondo di fiori, animali stilizzati e figure geometriche, intercalati a due a due da sculture simboliche a pieno rilievo, li fiancheggia una duplice serie di cinque bassorilievi sovrapposti, entro riquadri, che rappresentano:
    - a destra, in alto: Cristo che lava i piedi a S. Pietro; Vocazione dei Ss. Pietro e Andrea; Favola della volpe finta morta e dei corvi; Favola del lupo studente e dell'ariete (probabilmente satira della vita monastica); Grifone-chimera inseguito da un leone;
    - a sinistra, dall'alto: Morte del giusto; Morte del peccatore; Uomo che si difende da un leone; Uomo che supplica un leone; Guerriero assalito da un leone.
    L'interno basilicale a tre navate fu completamente rifatto nel 1699, quando le strutture già gotiche vennero sostituite da pilastrate con ampio basamento e dalla volta a tutto sesto. In controfacciata, affresco votivo del sec. XV con effigie del committente genuflesso; le acquasantiere sono del '400; al 3° altare destro, Adorazione dei Magi, di manierista umbro della seconda metà del '500; al 3° altare sinistro, Madonna fra due santi, di un rozzo scultore del '300; al principio della navata sinistra, fonte battesimale del 1487. Nel muro della Canonica, a destra della facciata della chiesa, sono riadoperati vari materiali antichi.
  • Duomo - Eretto in forme romaniche nel sec. XII sull'antica chiesa di S. Maria in Vescovado, ha maestosa facciata, affiancata da un possente campanile del sec. XII. Nell'alto della facciata a tre ordini, mirabile rosone ricco di intagli e ornati musivi, fiancheggiato da quattro rosoncini e dai simboli degli Evangelisti; sopra, grande mosaico bizantineggiante (Cristo in trono tra la Vergine e S. Giovanni Evangelista) del 1207. Sotto il portico, rinnovato in forme rinascimentali nel 1491-1504, si apre un magnifico portale romanico con grandiosi stipiti e un superbo architrave a decorazione vitinea d'ispirazione classica. A sinistra della facciata si leva il poderoso campanile, costruito nel XII secolo con materiali di spoglio romani, paleocristiani e alto-medievali. Lo stemma del Comune ricorda l'uso civile della piazza per le assemblee del popolo.
    L'interno, radicalmente trasformato nella prima metà del '600, è a tre navate su pilastri, con cupola e grande abside; della cattedrale romanica rimane il pavimento musivo della navata centrale in gran parte del sec. XII. In controfacciata, nella nicchia centrale, busto in bronzo di Urbano VIII, opera di Gian Lorenzo Bernini (copia: l'originale è al Museo Diocesano). Nella navata destra, subito si apre la cappella Eroli, affrescata dal Pinturicchio: nell'absidiola, Padre Eterno e angeli, Madonna col Bambino, il Battista e S. Stefano, e sul paliotto dell'altare, Pietà.
    Nel transetto destro, all'altare, tela di Annibale Carracci e, alla parete sinistra, sepolcro del pittore Filippo Lippi (morto a Spoleto nel 1469), disegnato dal figlio Filippino e realizzato da ignoto scultore fiorentino del '500. A destra del presbiterio, la seicentesca cappella della SS. Icona, così chiamata per una tavoletta bizantina del sec. XII, donata alla città da Federico Barbarossa in segno di pace, custodita sopra l'altare. Nel presbiterio, l'abside è ornata di splendidi affreschi (Annunciazione, Dormitio Virginis, Presepio e, nel catino, Incoronazione della Vergine) opera di Filippo Lippi e aiuti (Fra' Diamante e Matteo d'Amelia) del 1467-69; l'altare maggiore si deve a Giuseppe Valadier (1792), autore anche degli altari nelle navate laterali. Nella navata sinistra, la cappella delle Reliquie ha sculture lignee e tarsie del '500; in una nicchia prezioso Crocifisso di Alberto Sozio (1187), dipinto su pergamena e applicato su tavola sagomata.
  • Piazza del Duomo - Aperta ai piedi di una scenografica scalinata, resa immortale dalle immagini televisive del Festival dei Due Mondi, piazza del Duomo si è fatta spazio nel denso e scosceso tessuto della città medievale. Arrivando da via dell'Arringo, lo sguardo è calamitato dall'imponente facciata della Cattedrale, a cui gli altri edifici fanno da quinte. La Rocca domina dall'alto della collina squarciata dal varco in cui corre la via Flaminia.
  • Arco di Druso - Costituiva il monumentale ingresso al foro, quest'arco, a un solo fornice in grossi blocchi di calcare locale, eretto per volontà del Senato spoletino in onore di Druso Minore e di Germanico, rispettivamente figlio e nipote di Tiberio, dopo la morte del primo avvenuta nell'anno 23. Interrato nel Medioevo e in parte nascosto nelle case vicine, ha il pilone destro libero fino al piano antico, su tre lati. La decorazione dell'arco è semplice e limitata alle lesene sormontate da capitelli corinzi. La via dell'Arco di Druso, già "cardo maximus" dell'impianto antico, immette nel cuore della città romana.
  • Ponte delle due Torri - Arditissimo ponte a cavaliere sull'impressionante baratro fra il colle della Rocca e il Monteluco. Il manufatto è gigantesco, composto di nove piloni collegati da dieci arcate lievemente ogivali, alto circa 76 metri e lungo 230. Della monumentale struttura in calcare locale non si hanno precise notizie né dell'epoca di edificazione, né di tutte le sue funzioni.
    La datazione dell'opera oscilla fra XIII e XIV secolo, in questo secondo caso realizzata dunque nell'ambito degli interventi albornoziani condotti dal Gattapone; il ponte-acquedotto aveva lo scopo di convogliare le acque nella parte alta della città e alla Rocca, e nel contempo serviva da accesso al Monteluco e al fortilizio detto dei Mulini, che ne difendeva l'altra testata. I due piloni più alti che reggono la struttura nel fondovalle sono cavi a guisa di torri (da cui forse deriverebbe il nome), presentando l'uno due ambienti sovrapposti con finestre e l'altro un solo ambiente con porta ad arco, che quasi certamente fungevano da posti di guardia. Con ogni probabilità nello stesso luogo esisteva un analogo manufatto romano, di cui non sembra si siano conservate strutture evidenti.

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FerentilloA monte di Terni, nel punto in cui la Valnerina si stringe a formare una gola boscosa di suggestiva bellezza, fra Due e Trecento il comune di Spoleto eresse le due rocche triangolari di Matterella e Precetto, che si fronteggiano formando un poderoso sbarramento d'acceso. I due nuclei castellani compongono Ferentillo (m 260), borgo d'aspetto antico, che si è sviluppato nel fondovalle, mantenendo tuttavia la distinzione tra i due aggregati originari.

Presso il nucleo di Matterella si trova la duecentesca pieve di S. Maria, ricostruita nel Cinquecento, mentre la chiesa di S. Stefano domina dall'alto il nucleo di Precetto, sviluppandosi su due piani: quello inferiore databile al XIII-XIV secolo, quello superiore realizzato nel Cinquecento e ampliato nel Settecento; nella cripta è allestito il Museo delle Mummie. Nel territorio comunale si trova l'abbazia di S. Pietro in Valle, di fondazione longobarda, custode di un eccezionale un ciclo di affreschi di scuola romana altomedievale.

Da non perdere a Ferentillo:

  • Abbazia di San Pietro in Valle - L'abbazia benedettina, tra i maggiori documenti d'arte alto-medievale dell'Italia centrale, fu fondata attorno al 720 da Faroaldo II, duca di Spoleto, sul luogo di un precedente eremo. Gravemente danneggiata alla fine del IX secolo dalle incursioni saracene, a partire dal 996, fu restaurata per iniziativa di Ottone III e del suo successore Enrico II, in collaborazione con l'abate Riutpardo. L'edificio attuale, ripristinato negli anni trenta del '900, è composto da un'aula unica con copertura a capriate e forte sviluppo longitudinale, accentuato dai muri perimetrali che vanno rastremandosi verso il presbiterio.
    Sulla navata si imposta il transetto leggermente aggettante sul quale si aprono tre absidi; proprio questa pianta a croce commissa ha suggerito per l'edificio abbaziale una datazione successiva alla metà dell'XI secolo, rintracciandone i possibili modelli, al di là delle Alpi, in Cluny II e nel St. Michael di Hildesheim, mediati dal S. Salvatore al Monte Amiata o da S. Maria della Roccella (Catanzaro). A modelli romani, con qualche soluzione di etimo lombardo quale le archeggiature pensili, sembrerebbe invece rifarsi il campanile, che è stato ricondotto alla seconda metà del secolo XI.
    All'interno, sulle pareti della navata e nell'arco trionfale (in origine anche sulla controfacciata) si svolge un complesso ciclo di affreschi, di cui sussistono importanti avanzi, che per ampiezza di impianto, per numero di scene e ora anche per stato di conservazione (il restauro si è concluso nel 1995) si annovera tra i grandi monumenti della pittura romanica in Italia, databile alla fine del XII secolo o all'inizio del XIII. La decorazione, scialbata fino al 1869, è organizzata su quattro registri, i primi tre occupati da scene vetero e neo-testamentarie; l'ultimo invece, fortemente mutilo, doveva essere probabilmente occupato da elementi ornamentali e da immagini votive. L'altare maggiore è reperto raro di arte longobarda, composto con elementi marmorei della chiesa alto-medievale; il paliotto comprende una lastra rettangolare con tre flabelli circolari e croci ansate variamente decorate; negli spazi centrali due figure umane sinteticamente raffigurate: Ursus, lo scultore che eseguì l'opera, e Ilderico Dagileopa, il duca longobardo (739-742) che la commissionò. Murato a ridosso del pilastro orientale del braccio destro del transetto, si trova il sarcofago detto di Faroaldo II, urna romana che secondo la tradizione ospitò le spoglie del fondatore del monastero; ascrivibile alla prima metà del sec. III, è del tipo a colonne: nell'arcata centrale è scolpito Dioniso con satiri e menadi, sui fianchi due grifoni alati. Dalla porta laterale destra si esce nel chiostro a due ordini (secoli XI e XII) dell'ex convento (fine '300) ora di proprietà privata e adibito a struttura ricettiva e congressuale.

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VissoÈ un comune dell'alta valle del Nera, il fiume che nasce dai Monti Sibillini, in territorio marchigiano, e scende verso il Tevere formando scenari tra i più pittoreschi dell'Umbria. L'abitato sorge sullo sfondo di una conca verdeggiante, percorsa da cinque corsi d'acqua; ha fisionomia antica e piazze che esprimono compiutamente il rango storico del borgo, punto di passaggio su una delle strade di valico tra Ancona e Roma.

La collegiata romanico-gotica di Santa Maria impressiona per ricchezza architettonica e decorazione affrescata, specie per un San Cristoforo, protettore di pellegrini e viandanti, raffigurato a parete intera. La chiesa di Sant'Agostino funge invece da Pinacoteca e custodisce opere di scuola umbro-senese dal Medioevo al Rinascimento. Quanto all'oggi, Visso ha rilevanza quale sede del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e punto di partenza per escursioni sul "versante storico" del suo territorio, punteggiato di borghi, castelli e torri di vedetta. Da Visso si parte anche per il santuario della Madonna di Macereto (km 9,5), che sorge su un solitario altopiano, e per le spettacolari Gole della Valnerina, risalendo verso Ussita, sullo sfondo del massiccio dolomitico del Monte Bove.

Da non perdere a Visso:

  • Santuario della Madonna di Macereto - Eretto in suggestiva solitudine, è un edificio di notevole interesse architettonico eretto in nobili forme bramantesche da Giovanni Battista da Lugano (1528-38), che morì (e qui fu sepolto) precipitando dalle impalcature; la costruzione fu portata a termine prima del 1558 da Carlo, Giacomo e Filippo di Tommaso, tutti di Bissone. Nell'interno a croce greca è un oratorio del '300, rivestito nel 1585-90; racchiude una copia della statua lignea della Madonna del '400, ora depositata nel Museo-Pinacoteca di Visso. Presso il santuario sorge il Palazzo delle Guaite (1583). Magnifica la vista sul dirupato Monte Bove.

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NorciaI viaggiatori del passato restavano incantati quando, dopo un cammino avventuroso tra gole e aspre vette, giungevano in vista della piana di Norcia, la città di san Benedetto e santa Scolastica. La stessa aura di spiritualità accoglie anche il viaggiatore contemporaneo, che tuttavia varca le mura trecentesche anche con notevoli aspettative culturali e gastronomiche. Nel cuore dell'abitato si visita innanzitutto la chiesa di San Benedetto e poi c'è solo l'imbarazzo della scelta tra grandi e piccoli tesori. Intorno alla piazza è un reticolo di strade, vivace e ricco di sapori.

Difficile dire che cosa prevalga tra tartufi e salumi dal momento che il nome del luogo è quasi sinonimo per entrambi: dei primi, la varietà nera più pregiata è detta appunto "di Norcia"; dei secondi è tale tradizione che gli artigiani, non solo in Umbria, sono chiamati "norcini". Ma non è tutto. Dai pascoli discende un pecorino prelibato e dagli altipiani, specie da Castelluccio, lenticchie sopraffine. Lo sguardo va dunque ai Monti Sibillini, oggi assurti a parco nazionale: quello di Norcia e della vicina Preci è il cosiddetto "versante sacro" per le numerose testimonianze benedettine sullo sfondo di scenari di selvaggia bellezza.

Da non perdere a Norcia:

  • Chiesa di San Benedetto - La chiesa, eretta forse in età alto-medievale (secondo la tradizione, sulla casa dei genitori del santo), fu rifatta nel 1389 e più volte ristrutturata. La facciata, appartenente all'edificio trecentesco ma ricostruita superiormente dopo il 1859, ha un bel portale gotico con rilievi nell'arco esterno (nella lunetta, Madonna tra due angeli) e imposte lignee del 1578; lo fiancheggiano due eleganti edicole con le statue di S. Benedetto e della gemella S. Scolastica. Sul fianco destro della chiesa si allunga il cinquecentesco portico delle Misure, sotto il quale sono visibili il portale gotico laterale e, su un banco di pietra, nove misure locali antiche per cereali.
    L'interno, a croce latina, ad una navata con abside semicircolare (poligonale all'esterno), fu completamente ristrutturato nel secolo XVIII e ancora dopo successivi terremoti. A sinistra dell'ingresso, sotto la cantoria, Madonna col Bambino, S. Barbara e S. Michele arcangelo, affresco del '500; tra il 1° e il 2° altare destro, Madonna col Bambino e i Ss. Benedetto e Scolastica col busto del donatore (sec. XVI).
    Nel braccio destro della crociera, all'altare, Madonna e santi nursini di Vincenzo Manenti. Nell'abside, grande coro ligneo cinquecentesco (proveniente dalla chiesa dell'Annunziata). Per due scalette laterali si scende nella cripta a tre navate, con frammenti di affreschi della fine del sec. XIV, tradizionalmente indicata come il luogo dove sarebbero nati Benedetto e Scolastica. Tra le scalette d'accesso sono resti della fondazione curvilinea dell'abside di un edificio romano (I sec.), di cui avanzano tratti di muratura in "opus reticulatum" nelle pareti della cripta e altre strutture in un vano adiacente.
  • Castellina - Sul lato della piazza S. Benedetto opposto al Palazzo comunale si impone la possente mole della rocca, fatta costruire da Giulio III come residenza fortificata dei governatori apostolici, su progetto del Vignola (1554). Il complesso occupò l'area della pieve di S. Maria Argentea e del palazzo del Podestà, appositamente demoliti, dei quali sussistono all'interno alcune strutture. Terminata alla fine del '500, la rocca fu danneggiata dai terremoti settecenteschi, che comportarono parziali ricostruzioni.
    La struttura è di pianta quadrilatera, rafforzata agli angoli da torrioni a scarpata sghemba. Per un portale bugnato (ai lati, leoni dei primi del '900) si entra in un atrio selciato che dà accesso all'elegante cortile, cinto da quadriportico sormontato da una loggia coperta a tettoia. Sui lati, resti di affreschi, fontana con mostra architettonica dipinta e statua romana togata, ritenuta erroneamente di Vespasia Polla (la madre di Vespasiano, nativa di Norcia), composta da due parti eterogenee. La Castellina è sede museale.

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Speciale Enogastronomia

Il Prosciutto di Norcia Si legge sul vocabolario: "norcino" (da Norcia, città umbra da cui provenivano molti esperti nel lavorare la carne di maiale), da cui "norcineria" (bottega e, per estensione, l'attività salumiera). È frequente che una località leghi il suo nome a un prodotto, a un piatto o a una scuola di cucina. Caso più unico che raro è invece quello di questo borgo d'Appennino, rappresentante per antonomasia di un intero settore alimentare. Questo primato, riconosciuto già in età romana, si deve a una singolare combinazione di fattori ambientali e storici: risorse agroforestali, un tempo indispensabili per l'allevamento suino; clima asciutto e ventilato, ideale per la stagionatura dei salumi; vicinanza ai mercati della capitale e alle saline del Tirreno. Quanto all'odierno prosciutto di Norcia, caratteristica è l'intensità d'aroma e sapore, dovuta alla speziatura, con pepe e aglio, ma soprattutto alla stagionatura, stabilita per legge oltre l'anno. Il disciplinare Igp estende il territorio di produzione da Norcia ai centri limitrofi della Valnerina – Preci, Cascia, Monteleone di Spoleto, Poggiodomo – purché al di sopra dei 500 metri di quota.

Le lenticchie di Castelluccio La lenticchia è legume tenuto nella massima considerazione dalle popolazioni del Mediterraneo fin dai tempi remoti. Celebre è l'episodio della Genesi in cui Esaù cede a Giacobbe la primogenitura per un piatto di lenticchie. Prima tra i suoi congeneri per contenuto proteico (25%), la lenticchia è soprannominata "la carne dei poveri" e forse proprio per questo è diventata simbolo di ricchezza e vivanda beneaugurante nella notte di Capodanno. È pianta frugale, coltivata in pieno campo, specie nelle zone di montagna, notoriamente favorevoli alla produzione dei legumi. Straordinaria è in particolare la vocazione degli altopiani dell'Appennino Centrale, caratterizzati da suoli alluvionali ben drenati, dunque ideali per l'orticoltura, e poveri di calcare, a tutto beneficio della tenerezza della buccia dei semi. La produzione più rinomata è quella del Piano Grande di Castelluccio, a 1450 metri di quota, in comune di Norcia, pervenuta alla certificazione dell'Igp: si tratta di lenticchie a seme verde molto piccolo, tradizionalmente cucinate in umido con le salsicce. Altra produzione degna di nota è quella di Colfiorito, in comune di Foligno.

Il tartufo nero di Norcia In Francia lo chiamano "del Perigord". In Italia, "di Norcia". In termini scientifici, Tuber melanosporum, ovvero "tartufo nero pregiato", di raccolta autunno-invernale, per distinguerlo dal più corrente Tuber aestivum, che lo precede in calendario, noto anche come "scorzone". La sua raccolta raggiunge quantitativi interessanti in diverse località del Centro Italia, ma nessuna può paragonarsi a Norcia, donde l'attribuzione geografica, che non denota esclusiva, ma piuttosto straordinaria abbondanza sia del prodotto fresco sia dei suoi derivati. Pur eccellente a crudo, sul filetto per esempio, il tartufo nero dà il meglio di sé con la cottura, soprattutto come ingrediente di ripieni per le carni. A Norcia si ha la più ampia opportunità per sincerarsene: crostini e frittate; spaghetti e strozzapreti; palombacci e fagiani; perfino le trote del Nera giungono in tavola in salsa tartufata.

Il pecorino di Norcia La tradizione pastorale umbra è circoscritta alla zona di Norcia, alla Valnerina e a poche altre aree di pascolo di bassa montagna dove si allevano quasi esclusivamente pecore. La casearia viene rappresentata per lo più da questo formaggio da taglio e da grattugia, localmente detto "cacio", preparato con latte ovino intero in forme rotonde da circa 3 kg. Il sapore è piccante nel formaggio considerato fresco, a 60 giorni dalla lavorazione, per arrotondarsi nel prosieguo, fino a 8-12 mesi. Oltre a Norcia la produzione interessa altri centri a cavallo tra il Perugino (Cascia, Sellano, Preci, Monteleone di Spoleto, Cerreto di Spoleto, Poggiodomo, Vallo di Nera, Sant'Anatolia di Narco, Scheggino) e il Ternano (Montefranco, Polino Arrone, Ferentillo). Caso particolare è quello dei pecorini tartufati, la cui produzione è stata avviata negli anni Sessanta in modo apparentemente casuale: fu infatti il garzone di un caseificio a nascondere un tartufo all'interno di un formaggio; pensava di fare uno scherzo, vista la scarsa considerazione che la cucina locale aveva allora per i tartufi; al momento di grattugiarlo scoprì di aver fatto cosa benemerita.

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